Nove Volte Sette – Isaac Asimov

Asimov nella sua sterminata produzione annovera numerosi racconti fantascientifici. Il suo inconfondibile stile, che per la prima volta definì il genere di fantascienza ‘scientifica’, ovvero basata su leggi scientifiche, con trovate narrative possibili soltanto a scrittori con considerevoli conoscenze del settore, ha prodotto tra le altre una piccola perla, il racconto tradotto in lingua italiana come ‘Nove volte sette’. Il racconto è presente, fra le altre raccolte, in ‘Le meraviglie del possibile’, fortunata antologia di racconti di fantascienza edita da Einaudi.

Siamo in un futuro indefinitamente prossimo, dove l’uso quotidiano delle macchine è pervasivo. Se in racconti come ‘Servocittà’ (Walter Miller Jr.) e ‘Autofac’ (Philip K. Dick) la storia raccontata prende posto in un mondo in rovina governato da una super-intelligenza artificiale, con l’uomo che inerme tenta di sopravvivere ed evitare l’estinzione, in questo racconto di Asimov l’uomo controlla le macchine e la loro intelligenza. Lo spunto che infatti suggerisce non è tanto di una pericolosità nella sopraffazione più o meno possibile della macchina sull’uomo, quanto della pericolosità della dipendenza totale da esse.

L’ uomo deve ricorrere alle macchine per ogni singola operazione quotidiana, nell’esempio del racconto stesso, per la matematica più basilare. L’uomo ha dimenticato come si calcola anche soltanto una semplice tabellina: “Si vocifera che in passato, ma magari sono solo leggende, l’uomo stesso abbia creato le macchine e ancor prima l’uomo visse senza di esse, in un qualche modo“. Un semplice tecnico riscopre il calcolo ‘a mano’, la moltiplicazione e la divisione, e così via, diventando eroe nel suddetto mondo.

In questo futuro così remoto l’uso delle macchine è talmente pervasivo che col tempo è diventato assoluto, diventando la normalità.

È davvero così impossibile questo scenario? Pensiamoci per un attimo: quanto siamo dipendenti, oggi, dalle macchine? Quanti di noi sanno orientarsi senza un gps, sanno visitare in maniera efficiente una nuova città senza un telefono? Quanti di noi sanno tenere a mente annotazioni, date, numeri (pensate ai numeri di telefono)? Siamo dipendenti dalla tecnologia; questo è sia un bene, che un male.

Il ‘bene’ è il fatto che si vive, oggettivamente, meglio rispetto a tanti anni fa. La tecnologia, se utilizzata per buoni fini, ha portato l’uomo ad essere una specie con alle spalle una storia infinitamente piccola rispetto a quella dell’universo, ma con un aumento vertiginoso del numero di esemplari viventi, in relativamente pochissimo tempo. Ma negli ultimi cinquant’anni la tecnologia è cambiata radicalmente, portandoci, tra le altre cose, a una dipendenza sempre maggiore. Ci muoviamo sempre meno, ogni cosa è più comoda, più accessibile, più scontata.

È l’evoluzione, nel bene e nel male. Ciò ci porterà ad avere bisogno di minori capacità mnemoniche, meno movimento fisico, ecc. A lungo andare, la nostra specie muterà. E le macchine con noi. Le macchine diventeranno sempre più simili ad un uomo, e l’uomo sempre più all’immobilità fisica ed emotiva delle macchine.

Dopo questa breve riflessione, mi chiedo nuovamente: è davvero così improbabile un futuro in cui abbiamo sì memoria di com’era il mondo, ma non abbiamo più le capacità fisiche e fisiologiche per essere capaci di ciò di cui siamo capaci ora?

Ancora una volta credo che Asimov, così come gran parte dei grandi autori di fantascienza degli anni sessanta, abbia avuto idee visionarie. Un’attenta osservazione dell’umanità, del progresso, e una spiccata fantasia, lo hanno portato a vedere oltre. A questo serve la fantascienza, che come molti pensano, è il tipo di letteratura d’intrattenimento che più fa riflettere e ci mette in guardia. Non dalle macchine, dai robot, o dalla cosiddetta super-intelligenza artificiale. Abbandonandoci alle macchine, saremo sempre meno umani, gradualmente, e non vi sarà nessuna ‘Legge di Asimov‘ o simile a salvarci. Da noi stessi.

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