Il cacciatore di androidi (Philip K. Dick) e Abissi d’acciaio (Isaac Asimov)

 

I due libri che presento in questo articolo sono due affascinanti romanzi di fantascienza legati fra loro dalla figura centrale dell’androide (o robot). Entrambi sono molto significativi del modo di immaginare un futuro coabitato da umani ed androidi per entrambi i due autori, e una breve analisi può mostrare come le due opere siano tanto simili quanto distanti proprio per il diverso tipo di approccio.

Il mio intento non è quello di indagare sul perché la personalità, le esperienze di vita e il periodo storico di ognuno degli autori abbia indotto in essi diverse concezioni ed idee sull’argomento, bensì di esplorare le tematiche e gli spunti che essi offrono tramite le loro opere.

Isaac Asimov, in Abissi d’acciaio, introduce una coppia di investigatori atipica che deve risolvere un caso di omicidio in un universo futuro in cui coesistono robot pacifici e umani. Pacifici perché Asimov inventa, come ‘scudo’ per proteggere l’umanità dal suo stesso ingegno, tre regole fondamentali dette ‘leggi della robotica’:

  • Prima Legge: “Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che a causa del proprio mancato intervento un essere umano riceva danno”.
  • Seconda legge: “Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani purché tali ordini non contravvengano alla prima legge”.
  • Terza legge: “Un robot deve proteggere la propria esistenza purché questo non contrasti con la prima e la seconda legge”.

La coppia di investigatori è atipica poiché formata da un umano e un androide, in tutto e per tutto identico (se non in piccoli dettagli) ad un umano. L’intreccio porta il protagonista umano a chiedersi più spesso quanto egli differisca dal suo collega robot. Qual è la creatura più misteriosa e complessa? A volte appare l’uomo, con le sue mille sfaccettature, dubbi e sfumature, mentre il robot appare deterministico, quasi banale. Altre volte però il robot si comporta come pochi umani farebbero in determinate situazioni, e accade che esso possa apparire più profondo, con un maggior senso di ‘morale’: non è allora in queste situazioni il robot a sembrare un essere più misterioso e ‘interessante’ rispetto ad un uomo che agisce (spesso) per istinto?

Asimov inoltre apre la questione della somiglianza fra l’uomo e il robot: egli asserisce che “gli uomini hanno paura dei robot poiché li vedono a loro immagine e somiglianza“. Ciò porta a riflettere sullo spettro dell’introspezione; vedere una versione di noi stessi sbagliare ed agire in modo stupido a volte, ai nostri occhi, porta a pensare che forse la nostra razza ha molti limiti nel creare nuove ‘creature’ che crediamo invece perfette. Siamo noi umani ad avere limiti nel creare questi esseri, o il loro stesso essere ‘imperfetti’ è un segnale che  (essendo essi a nostra immagine) lo siamo noi a nostra volta?

Gli spunti sulla robotica sono davvero innumerevole e avanguardistici nei lavori di Asimov, tant’è che l’etica e la tecnologia si incontrano ogni volta che le leggi della robotica vengono citate. La necessità di regolare la tecnologia, per non nuocere all’uomo e a ‘sé stessa’ è un tema attualissimo e porta a riflettere ancora una volta sul fatto che la tecnologia non può mai essere pericolosa, ma soltanto l’uso che se ne fa può portare al pericolo. Il vero problema in questo caso è che la tecnologia ‘robot’ ha già (e potrà aver ancor più) una propria “coscienza”: come la capacità di modificarsi, di migliorarsi, di aggiungere possibilità che noi uomini non abbiamo previsto, creando uno scenario pericoloso poiché imprevedibile. Queste riflessioni sono possibili tramite i lavori di Asimov e i recenti risultati in Intelligenza Artificiale, ma sono pure molto vicine alla visione androidiana – meno romantica – di Philip K. Dick.

Nel suo Il Cacciatore di androidi, Dick usa anch’esso un romanzo giallo come strumento per illustrarci il suo modo di vedere un futuro dove l’uomo coabita con androidi. A differenza di Asimov, Dick vede un mondo decisamente pessimista e pericoloso: gli androidi sono in guerra con gli umani, e non è possibile distinguere le due razze se non con delle macchine particolari che eseguono un test: esso misura il livello dell’empatia dell’individuo, unico carattere che, secondo Dick, è presente nell’uomo e non può esserlo in un robot.

In realtà ciò porta a riflettere su un altro tema: i robot sono sempre più vicini agli umani e riescono sempre più a emularne le funzionalità. Un giorno magari vi riusciranno con le emozioni e ad avvicinarsi ad avere un certo livello di ‘empatia’. Il quesito non è se ciò sarà abbastanza, bensì è interessante capire invece quanto l’uomo stia avanzando verso uno stato tecnologico ibrido: quanto noi ci stiamo avvicinando all’essere dei ‘robot’. Il nostro essere circondati e dipendenti dalla tecnologia ci porta sempre più a vivere in simbiosi con essa, come esseri ibridi (letteralmente se si pensa ai chip impiantati e simili). Non è uno scenario così impensabile e in questo caso si avvicina molto agli spunti che Dick dissemina nei suoi romanzi dedicati agli androidi, dove a mio parere il suo pessimismo che permea quasi ogni sua opera, non è stavolta sfociato nella paranoia ingiustificata, anzi.

I due romanzi citati sono solo una piccola parte delle opere dei due autori ma se letti in maniera approfondita portano a riflettere su un vasto numero di tematiche al giorno d’oggi molto delicate ed attuali. Non c’è, né ci sarà probabilmente un autore prevederà esattamente il nostro mondo futuro con i robot, ma entrambi hanno già sicuramente anticipato tutte le paure (e le possibili contromisure) legate ad una possibile coesistenza con una popolazione androide. Due maestri della fantascienza che consiglio assolutamente, da leggere con interesse e passione.

“E così, in serietà e letizia insieme, si accinse all’opera di dare vita a un essere che l’avrebbe contristato fino in fondo, come l’uomo il suo creatore”  (Achim von Arnim).

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